Turchia / E se fosse una crociera in caicco ?

Scritto da Maurizia Ghisoni | settembre 25, 2014 0

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Un tempo, trasportavano tappeti, sale, spezie profumate d’Oriente. Lunghe fino a trenta metri, erano navi capienti, ma anche agili, sufficientemente piccole per poter giostrare tra fiordi, insenature, scogliere del mare turco.

Oggi, nelle stive dei caicchi, trasformate in cabine confortevoli e talvolta lussuose, trovano posto viaggiatori desiderosi di un rapporto più intimo col mare; del piacere di scoprire calette solitarie in libertà e siti archeologici inaccessibili da terra; di un tuffo in acque dove la natura rispecchia tutta la sua bellezza.

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Un viaggio a bordo di queste imbarcazioni tradizionali diventa così una crociera, con tutti i comfort e a prezzi ragionevoli: il costo, generalmente, non supera quello di un soggiorno in un albergo di media categoria.

Interamente in legno, costruiti a mano dai mastri d’ascia più esperti della Turchia, i caicchi sono a migliaia, concentrati per lo più lungo le coste sud-occidentali, in particolare a Bodrum, dove, negli anni ’60 del secolo scorso, un signorotto inglese ebbe l’idea di far convertire da un artigiano un caicco da pesca in yacht da crociera.

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Da allora, ha preso il via (sarebbe più corretto dire “ha preso il mare”) un capitolo nuovo e fiorente nella storia turistica del Paese. Azionati a motore o con le vele gonfiate dal meltemi, la brezza che nei mesi estivi spazza il litorale turco, i caicchi accompagnano i turisti lungo una costa scolpita da una natura selvaggia; densa di resti archeologici più che suggestivi, tra le memorie di Cleopatra e Alessandro Magno.

La nostra navigazione, da Marmaris a Fethiye, è un susseguirsi di sorprese. A cominciare dai delfini, che seguono la nostra scia e da un paesaggio che coniuga scenari marini a scorci montani, baie cristalline a dorsali tormentate, con pareti così vertiginose da ricordare alcune bastionate alpine. Incredibile!

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Per tutta l’estate, fino a ottobre, questa costa è molto frequentata, ma basta saper scegliere un’insenatura defilata, per riappropriarsi del silenzio. Alcune baie hanno nomi che stimolano la fantasia, ricordano eventi mitici o fatti realmente accaduti: Baia del Sultano; Grotta dei Pirati …

Storicamente, il tratto di mare compreso tra Bodrum e Antalya, noto come Costa Turchese, è sempre stato un ponte tra Oriente e Occidente, punteggiato da città e siti nati sulle rotte dei Persiani, dei Greci, dei Romani.

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Per visitare tutta la Costa Turchese occorrono almeno due settimane. Diversamente, conviene percorrerne un tratto breve, come facciamo noi, da Marmaris a Fethiye, e assaporarlo fino in fondo, inclusi i piccoli riti di bordo: abbandonarsi a una sana tintarella giornaliera; sorseggiare un bicchierino di raki, l’anice turco, ammirando le stelle, la sera; o cercare di carpire al cuoco i segreti della sua meravigliosa patlican salatasi, la profumata insalata di melanzane.

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La nostra crociera parte dunque da Marmaris, in una baia da sogno, con alle spalle una quinta selvaggia di montagne ricoperte di pini. La fama di questa cittadina, decisamente pigra al mattino e frizzante la notte, è legatissima al mondo della nautica da diporto e del turismo croceristico. Ricostruita dopo il terremoto del 1957, la “Perla del Mediterraneo” nasce come meta prediletta dal jet-set turco, per diventare in seguito meta del turismo di massa.

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Una capatina al Castello, fatto costruire nella prima metà del Cinquecento da Solimano il Magnifico, da dove la vista sul mare e sul borgo è piacevolissima e poi tutti a bordo: il caicco salpa in direzione sud/ sud est favorito dal meltemi che soffia già dalle prime ore del mattino.

Doppiato un isolotto disabitato, arriviamo alla Baia di Ekincik, dove lasciamo per qualche ora il caicco, trasferendoci su una barca a fondo piatto, che ci fa navigare lungo il corso del fiume Dalyan, tra canneti popolati da aironi e altri uccelli palustri. Difficile non andare col pensiero alle zone umide del Parco del Delta del Po e alle tante nostre oasi votate al birdwatching.

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La nostra meta sono le antiche rovine di Kaunos (X secolo a.C.), fiorente città della Caria, estinta per il ritiro delle acque del mare e le epidemie di malaria. I suoi resti dormono in cima a una collina, che raggiungiamo con una buona mezzora di camminata: il teatro, l’acropoli, la cinta muraria e poco discoste le rovine di una chiesa bizantina ci appaiono avvolti in un silenzio irreale. I loro grandi blocchi di pietra brillano sotto i raggi di un sole ancora potente e, anche dopo millenni, sanno sprigionare un fascino magnetico.

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Di impatto ancor più forte sono le tombe a tempietto scavate nel ventre di una parete rocciosa, risalirebbero al IV secolo a.C. e la guida ci spiega che, nella sala interna, le salme venivano sistemate sopra tre baldacchini.

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Tornati al caicco e ripreso il mare, ci concediamo un tuffo nei pressi della splendida spiaggia di Iztuzu, di sabbia fine e chiara, che da maggio a settembre, dalle 22 alle 8 del mattino, viene chiusa ai turisti e riservata alla privacy delle tartarughe che qui depongono le uova.

Cena a bordo a base di pesce e specialità locali

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e dopo un buon sonno ristoratore, siamo pronti, il giorno seguente, a rirendere il mare. Prima tappa la Baia di Hamam, 2 ore circa di navigazione, selvaggia e articolata, dove i resti semisommersi delle Terme di Cleopatra spingono alcuni di noi a indossare maschera e pinne e ad esplorarli interamente. La zona si presta anche a brevi escursioni lungo il litorale scoglioso.

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Proseguendo tra fiordi e isolotti, approdiamo all’Isola del Sultano, nella Baia di Gocek, dove ci concediamo un bagno rinfrescante, tra i colori e i profumi di una rigogliosa macchia mediterranea, e poi un drink alla frutta giusto per ingannare la tintarella.

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Proseguiamo quindi per Fethiye, distante circa un’ora e mezzo di navigazione, annidata in una baia mossa da una dozzina di isole attorno alle quali, il caicco, complice la brezza, può improvvisare una piacevole e tranquilla gimcana.

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Fethiye, l’antica Telmessos, ha origini che si perdono nella notte dei tempi (VI secolo a.C), ma il violento terremoto del 1958 ha distrutto buona parte dei suoi tesori architettonici. Quel che resta, si può ammirare all’interno del Museo, che raccoglie steli, sarcofagi e una nutrita serie di reperti.

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Ci troviamo in quella che era l’antica Licia, con un entroterra che è una piccola galassia di siti archeologici: Tlos, Pinara, Letoon, Xhantos, Patara, che decidiamo di setacciare, affittando una macchina e inoltrandoci per strade e villaggi dove la gente ha ancora tempo per il tempo, vive al ritmo delle stagioni e dei telai in legno sui quali le donne continuano a tessere tappeti meravigliosi.

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Restiamo colpiti dai colori ma soprattutto dai disegni dei kilim, che si ripetono da millenni e interpretano un linguaggio simbolico ereditato dalle tribù nomadi del Turkmenistan. Geometrie complesse che raffigurano la dualità delle cose, la vita, la morte, la fertilità della Dea Madre. Principi e simbologie, che accompagnano da sempre la vita del genere umano e che emanano il fascino delle cose immortali, proprio come le rovine archeologiche che ammiriamo e che ci lasciano senza parole.

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Link utili:  Ufficio Cultura e Informazione dell’Ambasciata di Turchia in Italia www.turchia.it     

Compagnia Aerea di bandiera Turkish Airlines      www.turkishairlines.it

 

In  Viaggi in Vetrina  proposte di Crociere in Caicco

 

 

 

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